ALL'ONOREVOLE PIACCIONO LE DONNE (1972)


1972, Lucio Fulci.

Straordinaria commedia fulciana con Lando Buzzanca che andò incontro ad una serie di problemi censori a causa dei contenuti "sovversivi" non apprezzati dalla Democrazia Cristiana vigente all'epoca dell'uscita.

Grande film questo "All'Onorevole piacciono le Donne". Conosciuto e amato da una legione di fans per i suoi film del terrore (così come li avrebbe chiamati il grande regista romano) spesso ci si dimentica come Fulci sia stato un vero e proprio pilastro della commedia italiana. Aiuto regista di Steno (Stefano Vanzina) fin dal 1951 per "Totò e i Re di Roma", sceneggiatore, grande umorista, appassionato d'arte e musica jazz, creatore pure in parte del personaggio di Nando Moriconi (la disputa con Sordi per l'appropriazione dei meriti finì addirittura in tribunale) nonché amico di Totò, che reciterà nel suo esordio registico "I Ladri" (1959), Fulci è stato personaggio che moltissimo ha dato alla cinematografia nazionale, vedi anche le collaborazioni con il gotha degli sceneggiatori del periodo, regista prolifico che dopo i film con Franchi e Ingrassia si cimentò nel thrilling con i risultati che tutti conosciamo. Subito dopo "Una Lucertola con la Pelle di Donna" (1971) infatti si imbarcò in questa commedia feroce con i fidi Sandro Continenza e Ottavio Jemma, prodotta da Edmondo Amati, figura straordinaria di Produttore, con la maiuscola perché di questa tempra non ce ne sono davvero più, interpretata da Lando Buzzanca, che ebbe problemi censori di non poco conto. Col senno di poi è facile individuare i motivi di questa persecuzione vera e propria; il film era semplicemente troppo avanti sui tempi e ferocissimo nel parodiare i meccanismi della politica, tanto che fu proiettato in "anteprima" ad un manipolo di personaggi rispondenti ai nomi di Forlani, Andreotti, Matteotti e, soprattutto Emilio Colombo, allora presidente del consiglio, al quale gli sceneggiatori si ispirarono pesantemente per il personaggio principale della pellicola, Onorevole Giacinto "Giacintuzzu" Puppis, cioè Lando Buzzanca, truccato da Giannetto De Rossi per assomigliare fisicamente a Colombo.

Ufficialmente sequestrato per oscenità, ma in realtà bloccato dagli alti papaveri del mondo politico orbitanti in area D.C., il film racconta le vicende del Presidente del Consiglio Puppis, in procinto di essere eletto Presidente della Repubblica, uomo religiosissimo e morigerato, afflitto da un terribile raptus sessuale che lo costringe a brancare qualsivoglia culo femminile e all'occorrenza pure maschile (riferimento non proprio velato all'omosessualità di Colombo) per il quale verrà prima ricattato a causa di compromettenti riprese video e poi gettato in una spirale di intrighi politici, mafiosi e militari, con riferimento diretto al famoso golpe organizzato dal principe Junio Valerio Borghese nel dicembre 1970. Molta carne al fuoco, gestita da Fulci con un sarcasmo tale da far sì che gli autori stessi, Amati compreso, venissero presi di mira nientemeno che dai servizi segreti, secondo le testimonianze d'epoca e la ricostruzione dei fatti operata da Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore ne "Il Terrorista dei Generi", monumentale biografia fulciana.

Bisogna ammettere che il film funziona ancora oggi, sia grazie a Buzzanca, sia per la grande regia del Nostro, tecnico extraordinaire, ma non lo diciamo noi, bensì coloro che i film li facevano sul campo, che qui dimostra ancora una volta la totale padronanza del mezzo cinematografico. Dal titolo si potrebbe facilmente associare la pellicola in questione ad una "semplice" ginecommedia o farsaccia pecoreccia, niente di più errato poiché sono proprio i personaggi ad essere ripresi e raccontati senza pietà (il lato erotico pure presente non costituisce la prima portata del menù), massacrati senza ritegno dall'occhio fulciano che non risparmia nessuno. Né politici, né forze dell'ordine, né religiosi. Neppure i "deboli", semplici pedine in mano alla classe egemone che, semplicemente, senza alcun dilemma etico, vengono fatti sparire, "canonizzati" secondo l'arguta definizione di Don Gesualdo (il grande Corrado Gaipa) mafioso che ricicla i corpi delle vittime come statue di cera raffiguranti immagini sacre da spedire alle varie diocesi.

Deus ex machina della situazione è il cardinal Maravidi (un sanguigno Lionel Stander) vero "padrino" della politica italiana, colluso con la mafia e creatore della carriera politica di Puppis, un semplice pupazzo, come suggerisce il nome stesso, piazzato nel corrotto universo politico al solo e unico scopo di "servire" il clero, che lo ha indottrinato fin da giovane nel tentativo riuscito di creare una macchina politica perfetta. Una volta scoperte le gioie del sesso, il manovrabile Giacinto tenterà, appunto, di farsi una sana trombata liberatoria, prima deflorando il parterre femminile del convento in cui viene inizialmente curato da un frate psichiatra (Francis Blanche) poi "impallando" la moglie dell'ambasciatore francese (una splendida e nuda Anita Strindberg) per arrivare a godersi la bellissima Suor Delicata, unica sorella rimasta illibata al convento, interpretata da Laura Antonelli, bellissima, cortocrinita, da sturbo con la veste sacra, che litigò di brutto con Fulci perché pare non si volesse concedere alla cinepresa. In questo senso il parterre femminile è notevole, comprendendo pure Eva Czemerys (la visione onirica del presidente, attrice bellissima, la ricordiamo ne "La Gatta in Calore" di Nello Rossati e come madre di Mark Gregory in "Fuga dal Bronx" di Castellari), una giovane Agostina Belli e, in un breve cameo come madre superiora, la seconda moglie di Fulci, Ursel Eberz.

Ottimo cast con Claudio Nicastro, Quinto Parmeggiani, Pupo De Luca e Renzo Palmer, magnifico nel ruolo di Padre Lucion, amante dei toscanelli e uomo religioso non proprio ligio al dogma, in cui svetta Buzzanca, qui piuttosto misurato e credibile nel ruolo assegnatogli, diretto e guidato da un Fulci veramente in stato di grazia, virtuoso e capace di muovere la macchina da presa in un ambito apparentemente più "controllato" come quello della commedia, basti pensare alla bellissima scena del raptus in ascensore, girata come un horror, o il sogno in cui compare "l'albero dei culi" che si materializza di fronte all'estasiato Puppis. E poi, ci sia consentito di dire, uno dei finali più cupi, neri, bui, che la commedia italica ci abbia mai presentato, sottolineato dalla fotografia del bravo Sergio D'Offizi. Il presidente Puppis, ormai lanciato verso la presidenza della repubblica nel momento in cui anche l'ultimo serio pretendente è stato eliminato da Maravidi in un incidente aereo (il grande Fedor Chaliapin, che poi parteciperà a "Inferno" di Argento) si appresta a parlare alla nazione tutta davanti alla telecamera, previo bacio, amarissimo, alla "statua di cera" raffigurante una Suor Delicata ormai canonizzata. Cominciato il discorso, le parole si fondono con la sigla del "Rischiatutto" e con la successiva risata del concorrente vincitore del montepremi per aver risposto ad una domanda sulla musica leggera. Un pozzo nero.

Consigliatissimo. Il film venne prima concepito con il titolo "Nel Supremo Interesse della Nazione" e come "Il Presidente" e "L'Onorevole piace alle donne". Dopo il sequestro del gennaio 1972 venne regolarmente distribuito dal 01/03/1972. I tagli censori colpirono almeno cinque scene, nessuna delle quali a sfondo sessuale, ma bensì raffiguranti i rapporti non proprio limpidi tra le forze dell'ordine, i servizi segreti e la malavita. Più, narra la leggenda, delle candid camera girate a discapito di vere personalità politiche durante la manifestazione del 2 giugno, punto focale della sceneggiatura, così come testimoniato dalla segretaria d'edizione Rita Agostini. Montaggio di Vincenzo Tomassi. Imperdibile.



Originariamente pubblicato il 26 agosto 2011

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