L'ULTIMO BOY SCOUT (1991)

1991, Tony Scott.

Quando ho ricevuto la notizia del suicidio di TONY SCOTT, ho fatto fatica a crederci. Sul serio. E' chiaro che non lo conoscessi personalmente. Però conosco tutti, tutti i suoi film e tutti i suoi film mi hanno accompagnato fino ad oggi. Non sto qui a fare nessun discorso irritante, né tantomeno a battere i piedi per terra lamentandomi di quanto sia stato sottovalutato Tony durante la sua carriera. Mi dispiace e basta. Mi dispiace moltissimo.

E pensando al suo cinema, "L'Ultimo Boy Scout" è quello che mi si stampa nel cervello. E' il primo che mi viene in mente tra tutti i suoi titoli ed è, per me, il suo capolavoro. Lo conosco a memoria, cazzo. E per me non c'è niente che si avvicini alla perfezione quanto Bruce Willis/Joe Hallenbeck, ex-agente dei servizi segreti che "una volta salvò il presidente", ora investigatore privato dileggiato, sbeffeggiato persino dalla figlia (una imberbe Danielle Harris, bravissima), cornuto, mazziato, pestato, sparato e chi più ne ha più ne aggiunga. Sempre con la sigaretta in bocca e armato di battute al vetriolo. Un uomo tutto d'un pezzo, che ha pochi ideali ma che in quei pochi ci crede ciecamente, che disprezza il Rap e ascolta Pat Boone. Mi piace pure perché è il film con il quale il vecchio Bruce tentava di rientrare nel giro grosso dopo due insuccessi clamorosi come "Il Falò delle Vanità" ("The Bonfire of the Vanities" [1990]) e "Hudson Hawk" (1991). E mi piace soprattutto perché la coppia Shane Black (alla sceneggiatura of course, che non ha bisogno di presentazione alcuna, il creatore di "Arma Letale" [1987], una cui scena si intravede al televisore) e Tony Scott funziona quasi quanto la coppia Moana/Cicciolina.



Difficile tirare fuori dagli anni novanta appena iniziati del materiale in grado di essere apprezzato vent'anni e più oltre, specialmente dopo un decennio come quello precedente durante il quale molto, se non tutto, era stato fissato in termini di action e affini. Tony vince a mani basse, per molti versi. E' un film che si scrive da solo.

Guardatevi un po' l'incipit. Guardatevi l'inseguimento con la macchina che finisce in piscina. Guardatevi tutta quanta la sequenza allo stadio. Ma se per quanto riguarda il reparto tecnico non ci si poteva aspettare non meno che l'eccellenza (al montaggio due giganti del cinema U.S.A, Stuart Baird e Mark Goldblatt) è dalla direzione degli attori che vengono le sorprese e le vere soddisfazioni. Bruce Willis e Damon Wayans (del Clan dei Wayans Brothers, l'unico che riuscì a farsi licenziare quasi in diretta dal "Saturday Night Live" per aver "sabotato" uno sketch) sono strepitosi, perfetti. Due macchine da "battuta pronta" inarrestabili. Vanno avanti per tutto il film. Poi i caratteristi, Taylor Negron/Milo, impassibile e stiloso, Kim Coates che prende a pugni Bruce e che muore ammazzato con un cazzotto, Noble Willingham viscido e antipatico e poi le donne, la fedifraga Chelsea Field (bellissima, protagonista pure di "Dust Devil" di Richard Stanley) e quel figone di Halle Berry. Funziona tutto.

E se la commistione tra film noir e film action sulla carta poteva risultare una gran cazzata, sullo schermo va tutto bene. Si, perché Tony è sempre stato uno che l'IMMAGINE la curava, l'accarezzava, a costo di essere bollato come un mero "regista patinato e pubblicitario". Non che non abbia fatto immani cazzate (vedi "Domino" [2005] e "Enemy of the State" [1998] che personalmente non ho mai mandato giù o l'ultima parte della sua carriera, dignitosa ma senza guizzi, a parte il per me splendido "Man on Fire" [2004]), ma il ritratto dei due losers, Jimmi Dix, giocatore di football fallito e drogato, e lo straordinario Joe Hallenbeck, può e deve strappare ancora qualche applauso.

Sorry, non è una recensione seria e tecnica come "The Last Boy Scout" avrebbe meritato. Ma è così che è venuta. Ma che cazzo, Tony.

Originariamente pubblicato il 21 agosto 2012.

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