ROSSO SANGUE (1981)


1981, Peter Newton (Joe D'Amato)

Horror sadico e violento che ripropone l'accoppiata Massaccesi / Montefiori già protagonista del precedente "Antropophagus" (1980).

Se slasher deve essere, allora che slasher sia. Questo per dire che Aristide e il solito Gigi Montefiori in sceneggiatura (con il nom de plume di John Cart) non sprecano tempo e pellicola in logore introduzioni o spiegoni improbabili, ma catapultano lo spettatore nel bel mezzo di un inseguimento tra un uomo vestito di nero ed un energumeno in jeans e camicia (George Eastman) che rimane impalato su un cancello a fine corsa. Con tanto di intestini in bella vista che rimandano, ovviamente, al finale cult di "Antropophagus" del quale questo "Rosso Sangue" doveva esserne il sequel effettivo, poi non voluto da Montefiori e dirottato dallo stesso in territorio carpenteriano. Poco si sa del villain Niko Tanopulos se non che le cellule del suo corpo sono in grado di autorigenerarsi, rendendolo praticamente invincibile. Niente di più e niente di meno di una macchina di morte perfetta che farà passare una notte da tregenda a due poveri fratellini (la sorella maggiore addirittura costretta a letto) e alla dottoressa preposta alla cura degli stessi.

Si parlava di film essenziale e senza orpelli narrativi ad appesantire il plot e, in questo senso, Massaccesi conduce il film da par suo, distillando sapientemente la suspense e immergendo il set in una luce livida, fredda, quasi obitoriale (le riprese vennero effettuate in notturna) che opprime lo spettatore e i personaggi stessi; e qui, il salto di qualità, quell'ingrediente unico che si trova nelle opere dell'epoca d'oro massaccesiana viene fuori tutto nelle scene d'omicidio, sadiche, crudeli e quasi tutte piuttosto lunghe ed insistite. Che ci sia di mezzo un trapano elettrico, una sega verticale o, incredibile, un forno da cucina, le vittime subiscono un'agonia senza pari, condivisa in toto dallo spettatore/vittima/voyeur. Una scena per tutte: la giovane dottoressa Emily si aggira spaventata per la magione: la vediamo vagare per le stanze, non vi è luce, all'improvviso il maniaco compare, la prende e la trascina via. Lo spettatore più smaliziato già prevede una scena di lotta o peggio una violenza carnale; no, Tanopulos fa inginocchiare a forza la poverina e le ficca la testa dentro il forno, accendendolo. Assistiamo a tutto quanto il calvario della dottoressa mentre il viso si ustiona ancora, ancora e ancora (la cinepresa è posizionata all'interno del forno); il tutto in montaggio alternato con la sorella maggiore che tenta di liberarsi dalle cinghie di contenimento che la imprigionano a letto. Genio puro. Scena che sarà ripresa anche da Fulci nel suo "Quando Alice Ruppe lo Specchio" (1988) che girò per Nannerini e Lucidi.

Sono gli anni ottanta della massiccia produzione hard (vedi la serie Borsky) ma anche dei fantasy e dei post-nuke commissionati da Edward Sarlui (la moglie Helen è accreditata alle scenografie e ai costumi nella pellicola in questione). Anni di grande creatività che portano Massaccesi a creare quella che si può definire in tutto e per tutto una factory cormaniana, la Filmirage, già attiva dai tempi di "Antropophagus", ma che si specializzerà in horror e affini nella seconda metà del decennio preso in considerazione. Il grande successo di "Deliria" (1987) di Michele Soavi, scritto da Montefiori, vincitore del primo premio al Festival di Avoriaz, spalanca le porte ad una produzione di genere di portata storica per il panorama italiano di quel periodo. Se la Fulvia Film (in società con Fabrizio DeAngelis) la P.C.M. (Produzioni Cinematografiche Massaccesi), la Cine80 e la M.A.D (Massaccesi, Alessandroni, Donati) erano in prevalenza, se non in toto, rivolte all'exploitation e al nascente successo dell' hard autoctono, la Filmirage si dedica al fantastico dando la possibilità ad esordienti (Soavi, Fabrizio Laurenti) e grandi registi, vedi Lenzi in "GhostHouse - La Casa 3" ( 1988 ) di girare opere di puro intrattenimento. Sempre con un occhio al cassetto, visto il grande successo ottenuto da "Witchcraft - La Casa 4" (1988) di Fabrizio Laurenti, interpretato da David Hasselhoff e Linda Blair. Ma questa è un'altra storia che speriamo di poter raccontare in futuro.

Horror puro quindi "Rosso Sangue/ Absurd", che non si spinge in territorio sexploitation pur avendo come protagonista la stupenda Annie Belle (o Briand, Brilland) nel ruolo della dottoressa, la bellissima francesina già alla corte di Jean Rollin in "Lèvres de Sang" (1974) e in "Bacchanales Sexuelles/Tout le Monde il en a Deux" (1974) che ha trovato patria d'elezione nel bis italiano. Impossibile non ricordarla in "Laure" (1976) di Ovidio Assonitis o in "La Fine dell'Innocenza" (1976) di Massimo Dallamano. Cortocrinita, minuta, quasi sempre nuda la Belle è presenza che monopolizza l'attenzione del pubblico, almeno per chi l'ha potuta apprezzare nel suo viaggio nella produzione italiana, dove ha fatto di tutto, da "Velluto Nero" (1976) di Brunello Rondi, a "La Notte dell'Alta Marea" (1977) di Luigi Scattini, fino a "Fuga dall' Arcipelago Maledetto" (1982) di Antonio Margheriti e alle sceneggiate di Ciro Ippolito "Pronto...Lucia", "Zampognaro Innamorato" e l'immortale "L'Ammiratrice" (1983) di Romano Scandariato con Nino D'Angelo. Che altro aggiungere se non "La Casa Sperduta nel Parco" (1980) di Ruggero Deodato o "Much More - Ancora di Più" (1982) di Mario Lenzi, sorta di film-documentario in cui compare a fianco del suo ganzo dell'epoca, il grandissimo, simpaticissimo Al Cliver/Pier Luigi Conti. I ragazzini protagonisti sono fratelli anche fuori dalla finzione, trattasi dei figli di William Berger e Hanja Kochansky (interprete proprio della madre nel film) Kasimir (Willy) e Katya Berger, la protagonista di "Piccole Labbra". Piccolo cameo del già citato Michele Soavi nel ruolo di un motociclista, mentre nei panni del misterioso prete che da la caccia a Tanopulos, una versione massaccesiana del Dr. Loomis, troviamo Edmund Purdom che non ha bisogno di presentazione alcuna. Un titolo, in mezzo ad una carriera sterminata, lo mettiamo lo stesso, "I Padroni Della Città" (1976) del grande Fernando DiLeo con Jack Palance, Vittorio Caprioli, Al Cliver e Harry Baer. Altri interpreti, Ted Rusoff e Ian Dalby (attori e doppiatori americani), Charles Borromel (l'ispettore, anche lui con invidiabile carnet in ambito bis, vedi "Cosmo 2000 - Battaglie negli Spazi Stellari" 1977 di Alfonso Brescia) e Cindy Leadbetter (un nomino ai tempi, "Amanti Miei " di Aldo Grimaldi e "Rats - Notte di Terrore " di Mattei ) qui stranamente non accreditata.

Come e meglio degli americani, o almeno di alcuni, Massaccesi consegna ai posteri uno slasher perfetto, cupo, cattivo e molto poco votato all'ottimismo. Guardatevi un po' il beffardo finale con la scure e Katya Berger. Mai toccare i bambini. Consigliatissimo.

Il film batte ufficialmente bandiera Panamense e non italiana, risultando prodotto dalla Metaxa Corp. di Edward Sarlui.



Originariamente pubblicato il 13 luglio 2011.



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