L'IMMORALITA' (1978)


1978, Massimo Pirri.


Comincia con Howard Ross/Renato Rossini che tiene in braccio il corpo morto di una bambina, "L'immoralità" di Massimo Pirri. Nessuna concessione al pietismo, si capisce subito che cosa è successo. Dopo aver seppellito il cadavere, Ross se ne va a bordo di un furgoncino. Non farà molta strada, giusto il tempo di far scorrere i titoli di testa, che la polizia lo fermerà. Da qui ha inizio la fuga che lo porterà da Simona (Karin Trentephol), undicenne con ricca famiglia alla sfascio, padre paraplegico e madre puttana e alcolizzata.

Sia chiarito fin da subito che chi scrive considera la pellicola di Pirri un gran film. Questione di gusti. Una pellicola figlia della seconda metà degli anni settanta, controversa, sicuramente non facile, che mischia noir, dramma ed erotismo. E che ha per protagonista un pedofilo assassino. Ferito dopo lo scontro con i poliziotti, Federico (Ross), incontra Simona nel bosco adiacente la grande villa di famiglia; si instaura subito un rapporto di complicità e fiducia tra i due, anzi, la bambina sembra trovare in Federico quell'affetto totalmente assente tra le mura di casa, dove odio e rancore hanno trovato terreno fertile. Vera (Lisa Gastoni) donna non giovanissima ma ancora piacente (concupita da tutto il parterre maschile del paese) beve e si porta gli uomini a casa, incurante del marito (Mel Ferrer) collezionista di armi e orologi, costretto sulla sedia rotelle, che non si aspetta più niente dalla vita. Di contorno le ricerche effettuate dalla polizia e da un gruppo di vigilantes guidati dal violento Antonio (ovvero V(W)olfango Soldati, volto noto ai frequentatori delle produzioni italiche di genere, visto sovente nei film di Enzo Girolami Castellari e pure in "Pensione paura" di Francesco Barilli, nonché fidanzato di Anna Cardini, una delle vittime in "Buio Omega" di Massaccesi/D'Amato.

Molta carne al fuoco. Pirri, regista interessante e assolutamente da riscoprire ("Italia: ultimo atto?" [1977]) dipinge il disfacimento dell'istituzione familiare con rara ferocia, offrendo al pubblico quella che sembra essere una favola a tutti gli effetti, con la mamma cattiva, l'orco e la bambina protagonista, la magnifica Karin Trentephol, centro assoluto della pellicola, splendida meteora del bis nazionale, che si offre senza vergogna all'occhio della cinepresa, perché il cinema nei selvaggi settanta era anche questo. La madre "puta" che seduce lo "straniero" affinché uccida il marito che lei non ha il coraggio di assassinare, la bambina che s'innamora dell'assassino sperando che egli sia in grado di indicarle il "sentiero" da percorrere, bambina lucida, con due occhi glaciali, che si concede di sua sponte a Federico, in bagno dopo essere uscita dalla vasca, in una scena che oggi provocherebbe interrogazioni parlamentari ed ore di trasmissioni televisive. Triangolo inevitabilmente destinato a finire nel sangue e nella violenza, gestito da personaggi che non riescono a imbastire nessun tipo di rapporto umano senza che ci sia di mezzo il ricatto e lo sfruttamento, polizia compresa (l'ispettore interpretato da Andrea Franchetti, sodale di Pirri, qui espressivo quasi quanto il bollito di apprezzata tradizione culinaria).

Nessuna speranza, nessuna riappacificazione, l'unico carattere realmente indipendente, nonostante la grave malattia, risulta essere proprio il marito senza nome (un bravo Mel Ferrer, in un ruolo fumoso e misurato) che decide di togliersi la vita, stanco e consumato da rapporti affettivi così distorti da diventare più letali della malattia stessa; lo sguardo disincantato e decadente di Pirri non prende nemmeno per un attimo in considerazione un ipotetico happy end, con Federico e Simona, mano nella mano, che si incamminano verso il bosco, in cerca di una impossibile vita da passare "insieme". Tutti, ma proprio tutti, cadranno sotto i colpi della pistola impugnata da Simona, libera, alla fine, di raggiungere il luogo 'dove mi aspettano quelli della mia età'. Cultissimo, imperdibile, almeno per chi scrive, forte dell' interpretazione della Gastoni (qui veramente molto bitch, donna bellissima che non ha certo bisogno di presentazione in questa sede, carriera di tutto rispetto, dal peplum allo spiaggerello ["Diciottenni al Sole", 1962 di Camillo Mastrocinque] fino a "Labbra di Lurido Blu", 1975 di Giulio Petroni, tra le altre cose, senza contare le collaborazioni con Salvatore Samperi) è film da rivedere e riscoprire, grazie alla pubblicazione in Dvd nel 2006 a cura del Gruppo Minerva/Rarovideo, prima era reperibile su videocassetta CIV. Consigliatissimo agli amanti delle schegge impazzite dei seventies, con tanto di immarcescibile Renato Rossini, che in ambito bis ha fatto tutto quello che si poteva fare, peplum, Zorro, spaghetti-western, ma pure "Il Boss" (1973), capolavoro dell'amatissimo Fernando Di Leo e "Lo Squartatore di New York" (1982) di fulciana memoria e a chi è disposto a toccare con mano oggetti non identificati della cinematografia italiania, al di là di qualunque steccato imposto dai generi.

In una scena, sul televisore passano le immagini di un precedente film di Pirri, "Càlamo" (1976) con Lino Capolicchio, facente parte della retrospettiva dedicata a Pirri dal Centro Sperimentale di Cinematografia nel maggio 2009, "Il Cinema (im)morale di Massimo Pirri". In qualità di direttore di produzione, è accreditato Raniero Di Giovanbattista, cioè il Jonas Rainer di "Libidine" (1979) il film con Cinzia De Carolis e Marina Hedman Frajese, quello con la scena del pitone, che, leggenda vuole, portò la De Carolis a citare in giudizio la produzione a causa degli inserti hard. Musiche del Maestro Morricone, con splendida partitura finale che accompagna la Trentephol mentre si incammina, sola, verso il bosco. Da vedere.

«Se vivi in una società civile, devi cercare di non imbrogliare gli altri, nel mio caso il pubblico, appunto. Ma occorre anche essere se stessi, non tradirsi solo per accontentare gli spettatori. Da queste due esigenze la necessità di avviare un dialogo con il consumatore del prodotto cinematografico: io offro le immagini, tentando di far conoscere il loro valore e mettendo da parte la parola che a volte non dà neanche il tempo di riflettere. Più tardi, attenderò la risposta»
(Massimo Pirri).

Massimo Pirri, 10 novembre 1945- 21 giugno 2001


Originariamente pubblicato il 18 settembre 2011

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