OEDIPUS ORCA (1976)

1976, Eriprando Visconti.

Altro personaggio immortale, il buon Prandino Visconti. Da amare o odiare, de gustibus. Ciò non toglie che le sue pellicole siano testimonianza diretta di un certo cinema autoriale tendente all'exploitation che è sublime per alcuni e pretenzioso, irritante o semplicemente orrido per altri. Come alcune cose di Brunello Rondi e Massimo Pirri, il cinema di Prandino dall'alto tende irrimediabilmente verso il basso, essendo il côté  autoriale spesso virato verso situazioni che non lesinano affatto su sesso spinto e violenza.

Non fa eccezione questo "Oedipus Orca" diretto seguito del precedente "La Orca" (1976), uno dei maggiori successi di Visconti al botteghino, che comincia proprio con il ritorno a casa di Alice dopo il sequestro su cui era costruito il prototipo. Le incomprensioni e le mezze verità salgono subito a galla, impedendo alla famiglia di trovare l'equilibrio necessario a superare il trauma. Anzi. Alice incolpa il padre di non aver fatto (quasi) nulla per pagare il riscatto e liberarla, la madre sembra spettatrice impotente, la sorellina viziata reclama il suo ruolo di figlia "unica" e preferita dal padre (Gabriele Ferzetti). Alice rivive continuamente i momenti vissuti con il carceriere Michele Placido, sembra non poter fare a meno di quel rapporto morboso che la legava al criminale da lei ucciso (si masturba sul luogo dell'omicidio) compromettendo la relazione con il fidanzato Umberto (Miguel Bosé), una semplice figura sullo sfondo, una bambola di carne e ossa da manovrare a piacimento della giovane. Nudi insistiti, come si usava in quel periodo (bellissima la scena con le due sorelle nude, cose che oggi sembrano fantascienza), una costante atmosfera opprimente e morbosa esaltata pure dal montaggio di Franco"Kim" Arcalli, grande professionista del nostro cinema, collaboratore di Giulio Questi in primis, che mostra al pubblico le sequenze del film precedente alternate al "ritratto di borghesia in nero" dipinto da Visconti in questo film, sicuramente meno legato a codici prettamente di genere, rispetto a "La Orca".




La distruzione del consorzio familiare procede spietatamente. Il film è scisso in due parti, la prima ambientata a Pavia subito dopo la liberazione di Alice, e una seconda, più introspettiva, nella cascina di campagna appartenente alla famiglia. Alice, una splendida Rina Niehaus, spesso nuda, dall'apparenza virginale ma dotata di una sensualità notevole, scava nei segreti di famiglia e scopre che la madre ha avuto un'altra relazione, prima di tornare sui suoi passi e sposarsi. E' convinta, Alice, che il padre sia in realtà un altro uomo, probabilmente qualcuno molto vicino ai suoi genitori. Quando l'amico del padre, Lucio Garbi (Piero Faggioni, già visto pure ne "La Pacifista" di Miklòs Jancsò, 1970) andrà a fare visita alla famiglia, la ragazza si convincerà che lo stesso sia il misterioso amante segreto della madre.

Sia dato atto a Visconti di aver girato un film sostanzialmente differente dal primo capitolo. Un film che sfugge, sembra percorrere altre vie, diventa quasi un melò con la ricerca incessante, testarda e distruttiva della paternità negata (come direbbero gli psicologi) da parte di Alice, che pone un muro, anzi una gabbia, come suggerisce Visconti nella scena nel giardino botanico con la madre che sembra sovrastare la figlia posta all'interno di una recinzione metallica, tra lei e i suoi genitori. Molta carne al fuoco. Il bello dei film di Visconti è proprio immergersi in questi devastanti drammi familiari, cupi e ossessivi, conditi da scene di sesso che si inseriscono repentinamente nel metraggio, come la fellatio di Carmen Scarpitta a Ferzetti nel bagno, cultissima, o la copula tra Alice e Umberto in soffitta, con dettagli insistiti sul sesso della Niehaus, spiati da Lucio dalla porta. Rimane comunque un pozzo nero, senza speranza, con la ragazza che da vittima diventa personaggio crudele, financo sgradevole e manipolatore. Non a caso Visconti, memore del suo passato da documentarista, offre al pubblico una lunga sequenza ripresa all'interno di un vero mattatoio, con le mucche abbattute e macellate, al termine della quale Alice e Lucio si incontrano e si baciano, preliminari quasi "necrofili" che anticipano il finale crudele e melodrammatico, notevole, con la lastra di vetro che cade dall'alto scagliando schegge sul volto di Lucio.



Ripeto, prendere o lasciare. Chi al solo nominare il buon Prandino corre a nascondersi urlando, è meglio non si dedichi alla visione del dittico con la Niehaus (una mia personale ossessione, mi piace molto, forse perché pure protagonista di un Lacrima con Domenico Modugno, immortale anch'esso, non mi vergogno affatto a dirlo, anzi, cioè "Il Maestro di Violino" [1976] di Giovanni Fago, imperdibile per gli amanti del genere); gli altri sanno già a cosa vanno incontro. Del resto il sottoscritto ama molto sia "Una Spirale di nebbia" (1977) che "Malamore" (1982), che consiglio nelle edizione Cinekult. Colonna sonora straniante di James Dashow a sorreggere il tutto. Omaggio a "Viaggio in Italia" di Roberto Rossellini, che compare alla Tv, così come il libro fotografico "Eros a Pompei" edito da Mondadori, molto amato dal regista, che ne mostra numerose pagine. Fotografia di Blasco Giurato. Presenta la Stefano Film con Serena Film 75 in produzione. Con Gabriele Ferzetti, Rena Niehaus, Carmen Scarpitta, Piero Faggioni, Miguel Bosè, Vittoria Valsecchi, Vincenzo Consoli, Gianni Bortolotto, Eleonora Morana, Agnes Kalpagos Szabo.

Originariamente pubblicato il 30 ottobre 2011.


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