sabato 28 novembre 2015

LEATHERFACE (1991)


Questo è un post inconsueto, nel senso che l'avevo scritto per un'altra parte, ma va bene così. Mi permette di introdurre alcune cosette e, soprattutto, l'amore che provo verso certe produzioni a fumetti che tanto ho apprezzato quando ero ragazzino. Dunque, non perdiamo tempo, se vi piacciono i fumetti del terrore, quelli vecchi, datati e impolverati, andate pure da queste parti. Se vi piacciono chincaglierie assortite, andate qui, da quella pazza di Eleonora. Se volete ascoltare qualche vecchia OST oppure roba come Inner Sanctum, qui. Se no, fa niente. Mi diverto con poco. Il post seguente è un pò troppo serio e pure un pò trombone, ma non ho assolutamente voglia di riscriverlo. 








Il bagno di sangue che si rivelò "Leatherface: The Texas Chainsaw Massacre III" (1990) di Jeff Burr, non scoraggiò di certo i tipi della Northstar Publications che lanciarono una miniserie a fumetti nel maggio del 1991, conclusasi nel maggio dell'anno successivo dopo quattro numeri.

Il poliedrico Mort Castle fu chiamato a rimaneggiare (più o meno) la sceneggiatura originale di un gigante della corrente splatterpunk, il prode David J. Schow, rimanendo piuttosto fedele alla visione dell'autore potendo contare sulla totale libertà di manovra riguardo la censura (il lungometraggio ebbe una vita a dir poco travagliata nella battaglia dei ratings, fu infatti l'ultima pellicola a essere marchiata con l'infamante X destinata ai film pornografici, poi sostituita dal più diplomatico N-17) che gli permise di consegnare un prodotto violento, scorretto e inondato di sangue.

Chi scrive è un grande estimatore del film di Burr, in tutte le versioni e a dispetto di una storia produttiva piuttosto movimentata (o forse proprio per questo), tuttavia mi è difficile non esaltare il parto di Castle come pregnante esempio di comics in grado di completare e migliorare la visione e la filosofia di un film o dell'intero franchise. "Leatherface" è un puro distillato di violenza sanguinaria e studio antropologico (passatemi il termine da salotto) che punta i riflettori su un gigante ritardato (e la sceneggiatura è quanto di più lontano dal politically correct si possa immaginare a riguardo) che eleva la sua motosega a simbolo stesso della coesione familiare. Si, perchè per i Sawyer la famiglia non solo è tradizione e unione, ma anche l'unico modo di opporsi e "combattere" gli stranieri e gli intrusi o chiunque si permetta di invadere e svilire il Texas; in questo senso il gruppo di cannibali strizza l'occhio al non dimenticato "Two Thousand Maniacs" di H.G. Lewis e ai vendicativi sudisti di Pleasant Valley, con tutte le cautele del caso e con tutta la carica di ferocia e violenza che "Leatherface" si porta dietro.

Michelle, Ryan ed il nero Benny (un esperto di tecniche di sopravvivenza di colore, una beffa insopportabile per i "macellai" texani) sono la carne da macello designata, inseguiti, torturati, mutilati dalla "famiglia": Alfredo, il maniaco sessuale; Tex, il ritratto stereotipato del texano che si rivela il componente della famiglia più effemminato e sensibile; Mama e Granpa, le due cariatidi; Tinker, qui ritratto come un vecchio hippy (probabilmente un deadhead), il più affezionato al vecchio Leatherface e protagonista di un siparietto lisergico degno di "The Trip"; la sadica Little Girl con la sua bambola. Manca all'appello il killer vero e proprio, il braccio armato della family, guidato da un istinto animalesco perfettamente descritto dalla "voce" fuoricampo che permette al lettore di entrare nel cervello del gigante.

Il tutto impregnato da una ironia che proviene di peso dallo stile di Schow, un marchio di fabbrica vero e proprio, capace di dirottare il lettore dal disgusto al sorriso beffardo e liberatorio. Per dare forma e sostanza a codesto materiale, non uno ma ben due artisti si sono passati la staffetta nel corso della serie. Il primo albo (maggio 1991) porta la firma di Kirk Jarvinen (con Suzanne Dechnick e Neil E. Trais ai colori) mentre le tre issues successive (agosto-ottobre 1991/maggio 1992) sono a cura di Guy Burwell.


Kirk Jarvinen

Kirk Jarvinen




Guy Burwell

Guy Burwell

Come si può vedere, due stili molto diversi, più "classico" quello di Jarvinen, più lisergico quello di Burwell che si esalta maggiormente nelle spash pages:



La miniserie conobbe un buon successo, solidificando la fama della Northstar (se mai ce ne fosse stato bisogno) come produttrice di horror duro e puro (basti citare "Klowshock", "Splatter" e "Rex Miller's Chaingang") e gettando le basi per un franchise dedicato al massacro del Texas che purtroppo non trovò la strada della pubblicazione. Nell'ultimo albo della serie furono presentate in anteprima le cover dei primi due numeri di quella che doveva essere la trasposizione a fumetti del "Non Aprite Quella Porta" originale (#1 illustrazioni di J.J. Birch e cover di Vince Locke/#2 cover Tim Vigil, art J.J. Birch, "The Authorized Adaptation of the Cult Classic...") rimasti nel cassetto insieme ad altri progetti laterali.



Covers

Leatherface #1, maggio 1991

Leatherface #2 Blood & Kin, agosto 1991

Leatherface #3 Reach Out of The Darkness, ottobre 1991

Leatherface #4 Hunters in the Night, maggio 1992












2 commenti:

Death ha detto...

Rientro anche io tra le file dei fetiscisti della motosega texana, forse l'unica saga di cui adoro tutti gli episodi, nonostante l'oggettiva pochezza di alcuni di essi. Proprio Leatherface e The New Generation, per il loro essere così assurdi e fuori dagli schemi, rientrano tra i miei favoriti (ovvio che in qualità la doppietta di Hooper non si batte). Poi tra Mortensen nel primo e McConaughey nel 4, sono anche stati dei fortunati quanto insoliti trampolini di lancio!
I fumetti purtroppo non li ho mai letti, se nel '91 me li fossi trovati tra le mani probabilmente sarei stato il marmocchio più felice d'Italia! :D

Belushi ha detto...

Grande, Death. Questo è molto valido, complementare al film. Anche io ho una predilezione verso il terzo e quarto capitolo (soprattutto), sembrano i parenti poveri del mucchio selvaggio, ma ci trovo sempre qualcosa di rozzo, ignorante e grezzo che è un pò il sale della serie tutta. Almeno credo. Di fumetti ce ne sono altri, pure il seguito ufficiale del remake di Nispel, che incredibile a dirsi, non sono niente male. Si, vabbè, per quello che sono e vogliono essere. Un grande saluto, Death, che te lo dico a fare. A presto.

Posta un commento