martedì 6 ottobre 2015

REVIEW: TRAUMA di Douglas E.Winter (1991)



Anticipazione: aspettare e sperare, immaginare con gli occhi ed il cuore di un bambino - la promessa della primavera, il raccolto estivo delle uscite cinematografiche, la lista autunnale dei libri più oscuri e pericolosi, e poi, i regali di Natale. Come ci è stato insegnato, il meglio deve ancora venire, ma troppo spesso quello che otteniamo è, invece, delusione – specialmente nell’ambito dell’intrattenimento popolare, dove l'attesa di un nuovo lavoro da parte del nostro scrittore o regista preferito raramente è giustificata dalla qualità del lavoro stesso.

Nel sovraccarico nauseante di informazioni, in cui abbiamo news sull’intrattenimento, e pure intrattenimento sull’intrattenimento, ogni nuova uscita è pre-recensita, recensita e analizzata ad un livello tale che, quando finalmente riusciamo a goderci un libro, un film o un video, rimane poco spazio per la sorpresa o lo stupore.

Ci viene detto che cosa ci deve piacere o detestare, negare o denunciare, che cosa dovremmo scegliere di noleggiare, cosa dovremmo boicottare e cosa dovremmo ignorare.
Privati del bisogno di esercitare la nostra immaginazione, ci fidiamo supinamente del giudizio altrui – oppure diventiamo lettori e spettatori seriali che consumano con zelo eccessivo ogni nuova opera del nostro protetto, senza il minimo arbitrio. Così, ci ritroviamo circondati da artisti ed entertainers che, come Dean R. Koontz e la New Line Cinema con la sua interminabile serie A Nightmare on Elm Street, non sono altro che una catena di montaggio, la cui virtù non è tanto la qualità in sé quanto il controllo della qualità – l’abilità di consegnare anno dopo anno dei prodotti non necessariamente ottimi, non necessariamente buoni, ma semplicemente prodotti di una certa consistenza.

In che altro modo possiamo spiegare la disperata follia di Trauma? Il primo film di Argento dopo l’uscita di Opera (1987) è stato atteso con impazienza dai fans entusiasti, dai critici e dai moneymen hollywoodiani e, come nel caso del debutto americano di John Woo, Hard Target, era dato per certo che avrebbe deluso i fans più intransigenti, a causa delle sue concessioni al botteghino. Ma al contrario di Hard Target, che ha giocato con i suoi limiti senza restarvi impantanato, il film di Argento è un trauma nel vero senso della parola, la caduta di un furioso genio stilistico nell’abisso divorante del più blando American style.

Girato a Minneapolis con il working title di Aura’s Enigma, Trauma è stridente nella sua americanità, dal setting, al cast (Piper Laurie, Frederic Forrest, Brad Dourif) fino alla script (co-sceneggiato da T.E.D. Klein). Il risultato è un panorama blando, con recitazione mediocre ed una storia involuta che si ciba senza pietà dei precedenti film di Argento. L’amara ironia è che, nonostante le sue concessioni all’ottuso sogno americano – e probabilmente proprio a causa di questo- Trauma non ha beneficiato di una uscita nelle sale statunitensi. (Il film verrà poi distribuito in VHS dalla Worldvision.)

Trauma comincia con un’abile transizione, l’immagine di una lucertola – liberata da Betty, la diva macchiata di sangue alla fine di Opera – nuovamente intrappolata, presagio di un ciclo di violenza ritornante. Da un velo di pioggia emerge l’implacabile icona di Argentoland – la mano nero guantata – per uccidere un’infermiera. Questo killer psicotico colpisce solo quando piove, menomando le vittime per poi finirle con un cappio meccanizzato, decapitandole per appropriarsi delle teste. Il giorno dopo, il disegnatore David Parson (Christopher Rydell) salva la vagabonda Aura Petrescu (Asia Argento) da un tentativo di suicidio. David è l’ultima incarnazione del cavaliere errante argentiano: l’artista tormentato che cerca di ricomporre il puzzle della realtà. Aura è invece la giovane ragazza perduta, la principessa delle favole pubescente che, come Jennifer Corvino in Phenomena, nega i suoi poteri occulti e deve soccombere di fronte al male – e al mondo degli adulti – per sopravvivere.

Il fato unisce David ed Aura in un mistero che ha per protagonisti omicidio e malinconia. Aura è appena fuggita dalla Faraday Clinic, dove veniva curata per anoressia, ma la polizia la riconduce prontamente in un’altra prigione: casa sua. Sua madre Adriana, la matrigna cattiva di Trauma, è interpretata da Piper Laurie come una sorta di Daria Nicolodi sotto assenzio. Adriana è una medium professionista che spinge suo marito Stefan (Dominique Serrano) a rinchiudere Aura mentre è in atto una seduta spiritica con un gruppo comprendente il Dr. Leopold Judd (Frederic Forrest), direttore della clinica Faraday. Mentre una violenta tempesta tormenta la casa, Adriana invoca il suo spirito guida; ma, in un vivido rimando a Profondo Rosso, un’altra anima parla al posto dell’altra. 'Non sarò il primo e non sarò l’ultimo,' avverte la voce, e poi rivela: 'L’assassino è…qui!'

Adriana scappa urlando nel bosco adiacente la casa di famiglia, seguita da Stefan e poi da Aura, che trovati i loro corpi decapitati, guarda con terrore nella pioggia dove si staglia l’ombra del killer che alza le teste come degli osceni trofei. 'Non ho visto niente,' dice al Dr.Judd; ma ovviamente ha visto qualcosa e la sua negazione giace nel cuore di Trauma, come molti altri suoi predecessori, esercitando l’ossessione argentiana per la persistenza della visione e della memoria.
Trauma lentamente si anima in modo perverso, trasformandosi in uno slasher iperbolico che abbraccia le sequenze drammatiche che hanno definito e distinto puntualmente l’opera di Argento, come la scena in cui un’infermiera incontra il suo destino durante il massacro nella stanza di un motel, coreografata con consumato mestiere. Ma il plot crolla nel vago e nella confusione, la narrazione già contorta perde ogni giustificazione visuale.

La fotografia di Raffaele Mertes è buona, ma offre poco di quell’eccitazione visiva che distingue i lavori migliori di Argento. Per dirla tutta, ci sono delizie da far spalancare gli occhi, steadicam che viaggiano in alto e in basso, che si avvitano sulle barricate erette dalla polizia, soggettive svolazzanti, un omicidio nell’ascensore orchestrato con cattiveria – ma sembrano tutti dei giochetti da quattro soldi se paragonati al camerwork di Tenebrae o Opera. Gli effetti speciali di Tom Savini sono come addomesticati e la violenza, in Trauma, è piuttosto sottomessa – un pallido, e non profondo, rosso.

Il risultato è un Argento annacquato, una perversione da grande magazzino, televisiva del suo talento che segnala il soccombere al malanno che ha afflitto compari come George A. Romero e David Cronenberg, nel momento in cui la mezza età o il nuovo millennio si sono presentati alla porta. L’unica virtù redimibile è la schietta ossessione di Argento.

'Avrei dovuto vedere la verità,' dice Aura durante il climax del film. 'Era proprio di fronte a me.' Pronunciata alla fine, questa è la più profonda massima di Argento, la chiave per il suo cinema, non tanto legato al voyeurismo quanto alla futilità dell’occhio (e, di conseguenza, della camera): il lamento del vedere e di non vedere, di sapere e ancora non sapere, l’impossibilità di vedere attraverso i paraocchi della propria immaginazione fino al momento in cui è troppo tardi.
L’enigma di Aura – e a quanto pare quello dello stesso Argento – è che non ci sono risposte facili, solo la consapevolezza che i soli occhi non possono mostrare la verità, che questa fragile visione debba venire da un luogo ancora più profondo: il cuore, l’anima.

'È finita,' le dice David; e, forse, per Dario Argento è di fatto finita. Forse in questo film con molti difetti ha cercato di integrare le icone e le ossessioni che hanno tormentato il suo cinema – e in qualche modo ha cercato di esorcizzare la loro influenza sul suo genio creativo.

Forse. 
Per adesso, non ci resta altro che imparare ad aspettare…con anticipazione.


Originariamente pubblicato su FANGORIA 131, aprile 1994
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