venerdì 30 ottobre 2015

TWISTED TALES #1 All Hallows 1982














BALLATA MACABRA (1976) Dan Curtis

Dan Curtis era uno che veniva dalla televisione, vale a dire un marchio d'infamia per i frequentatori di salotti. Di certo era un autore che sapeva benissimo come raccontare una storia (e chi dice di no, mente sapendo di mentire).

Guardate questo classico "Burnt Offerings" tratto dal romanzo di Robert Marasco; tanto semplice quanto efficace nel generare un'atmosfera di terrore e paranoia da sembrare quasi minimalista nel mucchio selvaggio del cinema anni '70. Viene già detto tutto nei primi quindici-sedici minuti di introduzione. Il vecchio Curtis (con il socio William F. Nolan)  fa capire subito allo spettatore che affittare la casa in rovina dei fratelli Allardyce è una scelta del cazzo e che i Rolf la pagheranno più cara dell'affitto richiesto.

Non ci sarà scampo. E l'entrata in scena dei due proprietari, le cariatidi delle tenebre, pone fine a qualunque dilemma morale; melliflui, untuosi e infingardi, Eileen Heckart e Burgess Meredith rubano la scena a tutti quanti per i pochi minuti che compaiono sullo schermo. Questione di postura, di preparazione, di classe e di "follia" interpretativa. Curtis non sbaglia un'inquadratura, gestisce i tempi con precisione certosina e consegna ai posteri una ventina di minuti da scuola di cinema, o almeno di certo cinema che ancora chiamiamo con affetto (forse per via di un rincoglionimento cronico inevitabile) "cinema del terrore". 

Guardate qua:






Sembrerebbe, a questo punto, che non ci sia più un cazzo da guardare. Non è assolutamente vero. Una volta entrati nel suo meccanismo, "Ballata Macabra" non molla più lo spettatore e procede, prendendosi i suoi tempi beninteso, fino a quando non si può più permettere di procrastinare l'inevitabile conclusione. Che finale, ragazzi. Non ho speso parole per Oliver Reed e Karen Black, perchè non trovo i termini giusti per esprimere tutta la stima e l'affetto che provo verso questi due grandissimi artisti. Guardateli nella scena notturna in piscina e sul prato, quando è ormai chiaro che la casa non permetterà più nessun tipo di unione "coniugale" tra marito e moglie. Stesso discorso per Bette Davis. Si è probabilmente capito che questo film mi piace molto. Penso di non essere il solo. Blu-ray recentissimo della Kino Lorber. INTERPRETI: Oliver Reed, Karen Black, Bette Davis, Lee H. Montgomery, Burgess Meredith, Eileen Heckart, Anthony James, Dub Taylor.





martedì 27 ottobre 2015

DRACULA BLOWS HIS COOL (1979) Carl Schenkel

Per la settimana di Halloween mi sembra giusto cominciare con un film che non c'entra un cazzo, ossia "Graf Dracula in Oberbayern" di Carlo Ombra (pseudonimo dietro il quale si nasconde Carl Schenkel, vecchia conoscenza degli appassionati, regista di "Out of Order - Fuori Servizio" che vidi al cinema da ragazzino e mi piacque moltissimo, poi destinato ad una dignitosa carriera oltreoceano, con "Scacco Mortale", tra le altre cose). Più che uno spoof è una commedia pecoreccia appartenente al genere "bavarian porn", per cui, se non avete un cazzo da fare, andate pure qui

Niente per cui scandalizzarsi, di "porn" da queste parti non c'è proprio nulla. Solo modelle seminude, umorismo da caserma, balere di provincia spacciate per discoteche e un Dracula che entra nel territorio delle leggende "scult", interpretato nientemeno che da Gianni Garko (proprio lui, Sartana in persona) grande uomo del nostro cinema, protagonista di molti film amatissimi dal sottoscritto, "La Notte dei Diavoli" (1972) di Giorgio Ferroni in testa.


Non fu una una cosetta di passaggio. Garko partecipò a ben quattro film in coproduzione con la teutonica Lisa Film: "I Porno Desideri di Silvia" ("Sylvia Im Reich Der Wollust", 1977) aprì le danze in questo suo personalissimo "oktober fest" (venendo pure sequestrato in Italia, non Garko ma il film) comprendente anche il classico "Drei Schwedinnen in Oberbayern" (1977) e "Summer Night Fever" (1978) ovvero "Febbre nelle notti d'estate". Ce n'è per tutti i gusti.


Per la distribuzione italiana di questo "Graf Dracula..." si optò invece per un più nobile e sobrio "Il Succhione", che dice già tutto quello che c'è da sapere sulla pellicola: una commedia degli equivoci in salsa horror con Garko in doppio ruolo e la presenza di Giacomo Rizzo in mezzo ad un plotone di ragazze discinte (da consegnare ai posteri la coppia di gemelle leopardate in versione disco-dance). DVD qui (costa un botto, io ricordo di averlo pagato molto meno ai tempi) ma visto che sono buono (e soprattutto visto che sul web si trova ogni cosa) potete godervi un assaggio qui sotto. Per i fanatici di parodie vampiriche, vi rimando da queste parti, delirio totale. INTERPRETI: Gianni Garko, Betty Vergès, Giacomo Rizzo, Bea Fiedler, Georgina Steer, Ralf Wolter, Linda Grondier.



martedì 20 ottobre 2015

DEATH GAME (1977) Peter Traynor

Se vi è piaciuto "Knock Knock" (a me, quanto basta) allora è obbligatorio (non è vero) andare a cercare il film originale, quel "Death Game" conosciuto anche con il titolo "The Seducers" che deve avere acceso una lampadina nella testa del buon Eli tanto da spingerlo a mettere la moglie (Lorenza Izzo, che a me piace molto, ha qualcosa della Romina Power di "Justine" del tìo Jess, ma stiamo divagando) in tandem con Ana De Armas a sostituire le due "divine" Sondra Locke e Colleen Camp che furono le protagoniste di questa bizzarra pellicola di Traynor, più un produttore che un regista, fu accreditato come tale anche in quel gran casino di "Evil Town". 

Vabbè, cazzate a parte, il film è molto valido, più cupo e oscuro rispetto al remake e molto poco accomodante nella descrizione delle bad girls, che qui sono due pazze scatenate, sadiche e pericolose; il buon samaritano  Seymour Cassel, rimasto solo a casa, accoglie le giovani e bellissime cerbiatte tutte bagnate e infreddolite che bussano alla sua porta per poi venire puntualmente sedotto. Ma non abbandonato. Al risveglio comincia un lungo incubo che lo vedrà prigioniero e poi imputato in un farsesco processo. 

Se avete già visto il remake, sapete di cosa stiamo parlando. Se non l'avete visto, vi consiglio di fare un pò come vi pare e guardare prima l'uno e poi l'altro a vostro piacimento. Detto questo, "Death Game" è un puro distillato di cinema anni settanta, sadico, morbosetto e ben poco orientato verso la black comedy. Anzi. Le due protagoniste (non c'è paragone con il remake, ma non in senso dispregiativo perchè le caratterizzazioni sono molto diverse e la Izzo e la De Armas funzionano piuttosto bene come bimbette capricciose) sono a tratti realmente inquietanti e fastidiose ma, soprattutto, completamente suonate. Guardatele mentre si ingozzano senza ritegno o quando vandalizzano la casa del povero George Manning (un Cassel svaccatissimo, pure doppiato perchè si rifiutò di partecipare alla post-produzione) illuminate dalle luci del direttore della fotografia David Worth (proprio lui, il regista de "I Predatori dell'anno Omega") e non vorrete più avere ospiti a casa per tutta la vita. Invece le due ninfette del rifacimento, alla fine me le sarei tenute pure per Natale. 

Comunque, se vi va, dvd qui (anche se non è il massimo della definizione). Ah, c'è pure un secondo remake spagnolo, datato 1980. INTERPRETI: Seymour Cassel, Sondra Locke, Colleen Camp, Michael Kalmansohn, Beth Brickell.



martedì 13 ottobre 2015

DON'T GO IN THE HOUSE (1980) Joseph Ellison

Cosa posso dire di una pellicola che si può descrivere senza troppi giri di parole come "Norman Bates con lanciafiamme"? Tutto il bene possibile, Vostro Onore.

In realtà, il film di Ellison (scomparso dai radar dopo il successivo e autobiografico "Joey") è un prodotto cupo e ben poco accomodante, sorretto da una malcelata ironia che lo rende, se possibile, ancora più disperato. Donny Kohler (Dan Grimaldi, il Patsy Parisi de "I Soprano") è un povero diavolo che vive con la madre in una grande casa; quando una sera (di ritorno dal lavoro dove ha appena assistito alla morte per ustioni di un collega, incidente che forse è stato lui stesso a causare) la trova morta stecchita, le difese crollano e Donny è libero di sguinzagliare la sua misoginia. 

Al posto dell'inflazionato coltello da macellaio, il nostro sceglie un più sobrio lanciafiamme da utilizzare in una stanza ignifuga, dove incatena giovani donne pronte a ricevere tutte le attenzioni che si dedicano al tacchino del Ringraziamento. Al di là della facile ironia, Ellison è molto bravo nel raccontare l'isolamento e la paranoia crescente del protagonista, torturato fisicamente e psicologicamente dalla madre fin da piccolo e incapace di gestire qualsivoglia rapporto con il prossimo. Siamo sempre dalle parti dell'exploitation più o meno becera (dipende dai gusti) ma Grimaldi è piuttosto convincente nella sua follia nascosta e in quelli che sono gli atteggiamenti di un bambino rimasto senza punti di riferimento: quando va nel negozio di abbigliamento per comprare un nuovo abito in vista di una uscita a quattro in discoteca (l'ultimo, estremo tentativo di riportare la sua vita sui binari della normalità) è difficile non provare un pò d'empatia verso quel povero bastardo. 

Detto questo, chiunque si avvicini a "Don't Go In The House" pensando ad una simpatica chincaglieria da grindhouse, potrebbe rimanere piacevolmente (oppure il contrario) sorpreso dalla confezione povera ma efficace imbastita da Ellison e dal suo direttore della fotografia Oliver Wood (destinato ad una promozione in super serie A) soprattutto nelle scene ambientate nella vecchia magione di famiglia, molto ben illuminate e in grado di evocare un'atmosfera cimiteriale e opprimente. Non è poco. DVD qui e qui. INTERPRETI: Dan Grimaldi, Charles Bonet, Robert Osth, Johanna Brushay, Ruth Dardick, O'Mara Leary, Gail Turner.




venerdì 9 ottobre 2015

American Guinea Pig: Bouquet of Guts and Gore (2014) Stephen Biro

Allora, qui abbiamo per le mani materiale da maneggiare con cura. Due donne, madre e figlia, vengono drogate e rapite da un gruppo di filmmakers mascherati e condotte in uno stanzone adibito a set cinematografico. Fine. Nel senso peggiore del termine. 

Biro sa benissimo quello che vuole, non perde tempo con introduzioni o spiegoni, riparte da dove i primi due "Guinea Pig" avevano lasciato e rilancia con un massacro che fa impallidire le provocazioni cazzare del vecchio Eli e ogni tentativo di approccio critico da salotto psicanalitico. 


Settanta minuti di violenze su due corpi immobili e muti che eliminano ogni tentativo di empatizzare con le vittime. Siamo più dalle parti di "Last House on Dead End Street" di Roger Watkins, per dirla tutta, con immagini sporche e sgranate restituite da un montaggio che alterna Super8 e nastro magnetico, sottolineato da un commento musicale cupo e opprimente (a cura del tandem Kristian Day-Jimmy ScreamerKlauz) servito su un banchetto di effetti speciali rozzi che non lasciano assolutamente nulla all'immaginazione. Il risultato è un'operazione brutta, sporca e cattiva, sicuramente furba e dotata di una certa, malcelata ironia di fondo (molto di fondo) pericolosamente in bilico sul confine della provocazione fine a sè stessa. Certo, non per tutti. E non lo dico con supponenza e senso di superiorità da spettatore smaliziato. Incredibile a dirsi, verso la fine subentra un senso di noia quasi emicranico, sconfessato da un finale agghiacciante e infame che interrompe misericordiosamente la visione per lasciare solo l'audio. 


Solo per chi strettamente interessato. Dietro le quinte si aggira il non dimenticato Jim Van Bebber, direttore della fotografia e presente nel prefinale in un piccolo ma essenziale ruolo. Se volete c'è il DVD Unearthed Films. INTERPRETI: Ashley Lynn Caputo, Caitlyn Dailey, Eight The Chosen One, Scott Gabbey, David Hood, Jim Van Bebber.


mercoledì 7 ottobre 2015

SHOCK TERROR #1 In Stores Now!

THE HIVE (2014) David Yarovesky

David Yarovesky è un amichetto di James Gunn e questo "The Hive" (da non confondere con il film del 2008) è il suo esordio alla regia dopo una serie di corti e una serie Tv. Che altro dire? Che a Yarovesky deve essere piaciuto moltissimo il remake di "Evil Dead" a cura di Fede Alvarez che omaggia con una foga ed un trasporto che rischiano di sconfinare nel territorio del plagio fatto e finito.

Ma non è un grande problema. Alla fine ho apprezzato il film (con tutte le cautele del caso) e tanto basta per scrivere quattro righe su questo teen-horror che è quasi un coming of age dal sapore estivo. Dunque, diciamo subito che il film parte malissimo con un giovane (Gabriel Basso) che si risveglia in una stanza portando sul corpo gli inequivocabili segni di un terribile contagio. Naturalmente non ricorda nulla, ma ci sono disegni e scritte con il gesso che sembrano lasciate di proposito per ricostruire gli eventi precedenti. Parte il flash-back. Siamo in un campeggio estivo per bambini e i protagonisti sono i giovani supervisori; amori, litigi e goliardate vengono interrotti quando un aereo si schianta nelle vicinanze e i ragazzi si fiondano sul luogo del disastro. E' notte e come da copione c'è qualcosa che non va. Anzi. Comincia il contagio.

Yarovesky e il suo socio in sceneggiatura Will Honley, a questo punto cominciano a bombardare lo spettatore con un alternanza di piani temporali, mischiando presente, passato e futuro con una certa spregiudicatezza, fregandosene di plausibilità e altre noiose zavorre realistiche nel tentativo di rimpolpare una storiella vista, rivista e mandata a memoria. Bisogna dar loro atto di averci provato e di aver prodotto un dignitoso B-movie inondato da una fotografia iper-saturata che potrà dare sui nervi a molti spettatori e minato da una dipendenza verso il film di Alvarez che rischia di farlo affondare nel laghetto delle cazzate; ma vi ho trovato una certa malinconia di fondo che non mi aspettavo in un prodotto del genere (forse perchè sto invecchiando o perchè  mi sono rincoglionito) che si fa sentire soprattutto nel finale triste e poco consolatorio. Bravini (senza esagerare) i giovani protagonisti, con menzione speciale per le fanciulline, Kathryn Prescott e la bella Gabrielle Walsh, già vista in "Paranormal Activity: The Marked Ones". Per un film prodotto da tale Nerdiest Industries, penso possa bastare. INTERPRETI: Gabriel Basso, Kathryn Prescott, Jacob Zachar, Gabrielle Walsh, Sean Gunn.



martedì 6 ottobre 2015

REVIEW: TRAUMA di Douglas E.Winter (1991)



Anticipazione: aspettare e sperare, immaginare con gli occhi ed il cuore di un bambino - la promessa della primavera, il raccolto estivo delle uscite cinematografiche, la lista autunnale dei libri più oscuri e pericolosi, e poi, i regali di Natale. Come ci è stato insegnato, il meglio deve ancora venire, ma troppo spesso quello che otteniamo è, invece, delusione – specialmente nell’ambito dell’intrattenimento popolare, dove l'attesa di un nuovo lavoro da parte del nostro scrittore o regista preferito raramente è giustificata dalla qualità del lavoro stesso.

Nel sovraccarico nauseante di informazioni, in cui abbiamo news sull’intrattenimento, e pure intrattenimento sull’intrattenimento, ogni nuova uscita è pre-recensita, recensita e analizzata ad un livello tale che, quando finalmente riusciamo a goderci un libro, un film o un video, rimane poco spazio per la sorpresa o lo stupore.

Ci viene detto che cosa ci deve piacere o detestare, negare o denunciare, che cosa dovremmo scegliere di noleggiare, cosa dovremmo boicottare e cosa dovremmo ignorare.
Privati del bisogno di esercitare la nostra immaginazione, ci fidiamo supinamente del giudizio altrui – oppure diventiamo lettori e spettatori seriali che consumano con zelo eccessivo ogni nuova opera del nostro protetto, senza il minimo arbitrio. Così, ci ritroviamo circondati da artisti ed entertainers che, come Dean R. Koontz e la New Line Cinema con la sua interminabile serie A Nightmare on Elm Street, non sono altro che una catena di montaggio, la cui virtù non è tanto la qualità in sé quanto il controllo della qualità – l’abilità di consegnare anno dopo anno dei prodotti non necessariamente ottimi, non necessariamente buoni, ma semplicemente prodotti di una certa consistenza.

In che altro modo possiamo spiegare la disperata follia di Trauma? Il primo film di Argento dopo l’uscita di Opera (1987) è stato atteso con impazienza dai fans entusiasti, dai critici e dai moneymen hollywoodiani e, come nel caso del debutto americano di John Woo, Hard Target, era dato per certo che avrebbe deluso i fans più intransigenti, a causa delle sue concessioni al botteghino. Ma al contrario di Hard Target, che ha giocato con i suoi limiti senza restarvi impantanato, il film di Argento è un trauma nel vero senso della parola, la caduta di un furioso genio stilistico nell’abisso divorante del più blando American style.

Girato a Minneapolis con il working title di Aura’s Enigma, Trauma è stridente nella sua americanità, dal setting, al cast (Piper Laurie, Frederic Forrest, Brad Dourif) fino alla script (co-sceneggiato da T.E.D. Klein). Il risultato è un panorama blando, con recitazione mediocre ed una storia involuta che si ciba senza pietà dei precedenti film di Argento. L’amara ironia è che, nonostante le sue concessioni all’ottuso sogno americano – e probabilmente proprio a causa di questo- Trauma non ha beneficiato di una uscita nelle sale statunitensi. (Il film verrà poi distribuito in VHS dalla Worldvision.)

Trauma comincia con un’abile transizione, l’immagine di una lucertola – liberata da Betty, la diva macchiata di sangue alla fine di Opera – nuovamente intrappolata, presagio di un ciclo di violenza ritornante. Da un velo di pioggia emerge l’implacabile icona di Argentoland – la mano nero guantata – per uccidere un’infermiera. Questo killer psicotico colpisce solo quando piove, menomando le vittime per poi finirle con un cappio meccanizzato, decapitandole per appropriarsi delle teste. Il giorno dopo, il disegnatore David Parson (Christopher Rydell) salva la vagabonda Aura Petrescu (Asia Argento) da un tentativo di suicidio. David è l’ultima incarnazione del cavaliere errante argentiano: l’artista tormentato che cerca di ricomporre il puzzle della realtà. Aura è invece la giovane ragazza perduta, la principessa delle favole pubescente che, come Jennifer Corvino in Phenomena, nega i suoi poteri occulti e deve soccombere di fronte al male – e al mondo degli adulti – per sopravvivere.

Il fato unisce David ed Aura in un mistero che ha per protagonisti omicidio e malinconia. Aura è appena fuggita dalla Faraday Clinic, dove veniva curata per anoressia, ma la polizia la riconduce prontamente in un’altra prigione: casa sua. Sua madre Adriana, la matrigna cattiva di Trauma, è interpretata da Piper Laurie come una sorta di Daria Nicolodi sotto assenzio. Adriana è una medium professionista che spinge suo marito Stefan (Dominique Serrano) a rinchiudere Aura mentre è in atto una seduta spiritica con un gruppo comprendente il Dr. Leopold Judd (Frederic Forrest), direttore della clinica Faraday. Mentre una violenta tempesta tormenta la casa, Adriana invoca il suo spirito guida; ma, in un vivido rimando a Profondo Rosso, un’altra anima parla al posto dell’altra. 'Non sarò il primo e non sarò l’ultimo,' avverte la voce, e poi rivela: 'L’assassino è…qui!'

Adriana scappa urlando nel bosco adiacente la casa di famiglia, seguita da Stefan e poi da Aura, che trovati i loro corpi decapitati, guarda con terrore nella pioggia dove si staglia l’ombra del killer che alza le teste come degli osceni trofei. 'Non ho visto niente,' dice al Dr.Judd; ma ovviamente ha visto qualcosa e la sua negazione giace nel cuore di Trauma, come molti altri suoi predecessori, esercitando l’ossessione argentiana per la persistenza della visione e della memoria.
Trauma lentamente si anima in modo perverso, trasformandosi in uno slasher iperbolico che abbraccia le sequenze drammatiche che hanno definito e distinto puntualmente l’opera di Argento, come la scena in cui un’infermiera incontra il suo destino durante il massacro nella stanza di un motel, coreografata con consumato mestiere. Ma il plot crolla nel vago e nella confusione, la narrazione già contorta perde ogni giustificazione visuale.

La fotografia di Raffaele Mertes è buona, ma offre poco di quell’eccitazione visiva che distingue i lavori migliori di Argento. Per dirla tutta, ci sono delizie da far spalancare gli occhi, steadicam che viaggiano in alto e in basso, che si avvitano sulle barricate erette dalla polizia, soggettive svolazzanti, un omicidio nell’ascensore orchestrato con cattiveria – ma sembrano tutti dei giochetti da quattro soldi se paragonati al camerwork di Tenebrae o Opera. Gli effetti speciali di Tom Savini sono come addomesticati e la violenza, in Trauma, è piuttosto sottomessa – un pallido, e non profondo, rosso.

Il risultato è un Argento annacquato, una perversione da grande magazzino, televisiva del suo talento che segnala il soccombere al malanno che ha afflitto compari come George A. Romero e David Cronenberg, nel momento in cui la mezza età o il nuovo millennio si sono presentati alla porta. L’unica virtù redimibile è la schietta ossessione di Argento.

'Avrei dovuto vedere la verità,' dice Aura durante il climax del film. 'Era proprio di fronte a me.' Pronunciata alla fine, questa è la più profonda massima di Argento, la chiave per il suo cinema, non tanto legato al voyeurismo quanto alla futilità dell’occhio (e, di conseguenza, della camera): il lamento del vedere e di non vedere, di sapere e ancora non sapere, l’impossibilità di vedere attraverso i paraocchi della propria immaginazione fino al momento in cui è troppo tardi.
L’enigma di Aura – e a quanto pare quello dello stesso Argento – è che non ci sono risposte facili, solo la consapevolezza che i soli occhi non possono mostrare la verità, che questa fragile visione debba venire da un luogo ancora più profondo: il cuore, l’anima.

'È finita,' le dice David; e, forse, per Dario Argento è di fatto finita. Forse in questo film con molti difetti ha cercato di integrare le icone e le ossessioni che hanno tormentato il suo cinema – e in qualche modo ha cercato di esorcizzare la loro influenza sul suo genio creativo.

Forse. 
Per adesso, non ci resta altro che imparare ad aspettare…con anticipazione.


Originariamente pubblicato su FANGORIA 131, aprile 1994
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CINQUE ANNI DI CAZZATE

Incredibile ma vero, mi sono accorto solo ora che questo posto è aperto da cinque anni. Tra bassi e bassi, alla fine mi sembrano molti di più. Non che ci sia nulla da festeggiare o celebrare. Col cazzo. Però è vero che ci torno sempre con affetto in questo blogghetto di periferia, il Bronx (o il Queens) di bloggher. 

Mi sono detto più volte di dargli fuoco definitivamente, ma chi se ne frega, diamogli "una botta di vita" a 'sto Osceno Desiderio, come Albertone e Bernard Blier in un non del tutto disprezzabile film di Oldoini. Sempre grazie infinite a chi passa e lascia un saluto da queste parti. 

Apprezzo molto, che ve lo dico a fare.