martedì 9 febbraio 2016

THE GODSEND (1980) Gabrielle Beaumont




Che strano film questo "The Godsend" della regista inglese Gabrielle Beaumont, tratto da un discreto romanzo di Bernard Taylor. La recente visione del Blu-ray Shout! Factory, in accoppiata con la sublime serie B in odore di Z di "The Outing", rivela una pellicola bizzarra, imprendibile, che cerca di arraffare il possibile dalla "nobile" serie "Il Presagio" ma nello stesso tempo se ne distacca cercando la strada (ardua) del cinema da camera più intimista. Si vabbè, vi sto raccontando un sacco de fregnacce perchè parliamo pur sempre di serie B, anche se non così scalcinata e cialtrona (fu una produzione Cannon, nientemeno).

Ricapitolando, "The Godsend" mette in scena un dramma terribile: una tranquilla coppia si ritrova la prole sterminata dalla figlia adottiva, una piccola bastardella biondo platino gentile regalo di una misteriosa donna incontrata durante una gita nella campagna inglese (una spettrale Angela Pleasence). Comunque, la peculiarità della pellicola sta tutta da un'altra parte, ovvero nell'incredibile aplomb con cui i due coniugi (Malcolm Stoddard e la bella Cyd Hayman) affrontano la progressiva dipartita dei figli legittimi, fino a quando il padre non si rompe le palle e decide di prendere a calci in culo l'insopportabile mocciosa. Fine.

Non è proprio così. Il film della Beaumont (una valanga di Tv, tra cui "Death of a Centerfold: The Dorothy Stratten Story" con Jamie Lee Curtis, "Hammer House of Mystery and Suspance, ma soprattutto "Beastmaster III") ha una sua fiera dignità che lo eleva al di sopra dei vari cheapies del periodo, vuoi per la regia elegante, vuoi per la fotografia naturalistica di Norman Warwick e lo score puntuale di Roger Webb, vuoi per una certa aria morbosa che, bene o male, si respira per tutta la durata, probabilmente il pregio maggiore di un'operina che cerca di evitare come la peste effetti ed effettacci concentrandosi più sull'atmosfera minacciosa e paranoica che lo script di Olaf Pooley vorrebbe evocare, rimandando la spettatore a ripassarsi "Il Villaggio dei Dannati". Missione non completamente riuscita, ma il "moderno miracolo" del Blu-ray, se così lo vogliamo chiamare, gioca a favore di "The Godsend" restituendo un transfer in 1.78:1 veramente pregevole. Insomma, il film non si è mai visto così bene. Non è poco.




Solo per appassionati. In ogni caso, Blu-ray da queste parti. INTERPRETI: Cyd Hayman, Malcolm Stoddard, Angela Pleasence, Patrick Barr, Joanne Boorman, Wilhemina Green, Angela Deamer, Lee Gregory, Piers Heady.








martedì 2 febbraio 2016

FUNERAL HOME (1980) William Fruet


Vecchia visione su vhs Paragon, questo "Funeral Home " aka "Cries in the Night" dello specialista William Fruet è un'operina con molti difetti e tempi morti (oops) ma si ritaglia una bella nicchia nel mio pantheon cinematografico per svariati motivi. Prima di tutto perchè starreggia Lesleh Donaldson, poi perchè c'è Lesleh Donaldson e soprattutto per la presenza di Lesleh Donaldson, splendida ninfetta canadese del cinema horror early eighties

Vabbè. In ogni caso il film di Fruet, che è un autore che il sottoscritto apprezza molto in ambito canuxploitation, può vantare, se non altro, una certa atmosfera opprimente e cimiteriale esaltata dalla bellissima partitura di Jerry Fielding e l'interpretazione spiritata di una professionista di lungo corso come Kay Hawtrey, che sembra sempre sull'orlo di una crisi di nervi forse perchè l'esaurimento nervoso le venne sul serio durante le riprese a causa del suo rapporto non proprio idilliaco con il regista, almeno secondo la testimonianza della Donaldson. Cose che succedono.





I problemi della pellicola di Fruet sono altri e risiedono tutti nel manico, ovvero in una sceneggiatura che guarda da lontano "Psycho" e "Non Aprite Quella Porta", il che non è un male, non avendo però il coraggio o la voglia di camminare con le proprie gambe, finendo così per diventare una fotografia un pò sbiadita. Ma non è un grande problema, almeno per me. Scremando il latte, alla fine "Funeral Home" è una sorta di bizzarro coming of age (Lesleh aveva quindici anni ai tempi) capace di sfruttare al meglio le bellissime locations e un finale un pò telefonato ma triste e malinconico quanto basta. 













Dvd qui, ma la qualità video (come potete vedere) non è il massimo, anzi, ancora un pò è meglio la vhs. Più o meno. INTERPRETI: Lesleh Donaldson, Kay Hawtrey, Barry Morse, Alfred "Al" Humphreys, Harvey Atkin, Peggy Mahon, Stephen E. Miller, Doris Petrie.










mercoledì 20 gennaio 2016

THE TOY BOX (1971) Ronald Victor Garcìa



Questo curioso "La Scatola dei Giochi Erotici" (1971) porta la firma "insospettabile" di R.V. Garcìa, insospettabile perchè oggi è uno stimato direttore della fotografia e regista di una valanga di serie Tv, mentre ai bei tempi dell'exploitation dura e pura (più o meno) è stato autore di simpatiche chincaglierie da sale sporche e puzzolenti quali "The Pleasure Machine" (1969), "Inside Amy" (1975) e "The Toy Box" (1971) che tra quelli nella cesta è il più delirante e sordido.

Una coppia di spiritati pseudo-hippies (Evan Steele/Sean Kinney e Ann Myers/Ann Perry) procura allo zio mummia vivente (nel senso che se ne sta seduto immobile su una sedia) del materiale umano che per ottenere una misteriosa ricompensa contenuta nella famigerata "scatola dei giocattoli" deve prodursi in performances sessuali. Più o meno così. Non che ci sia nulla di particolarmente depravato. Almeno nella versione originale, mentre la copia italiana risulta pesantemente rimaneggiata e insertata con sequenze hard di diversa provenienza, troncando (quasi) tutto il prologo e i titoli dei testa (una delle cose migliori del film) cominciando di fatto con l'arrivo dei due protagonisti nella magione dello zio. Niente di nuovo. A parte il fatto che si perde proprio il senso ultimo della pellicola, con i giovani che vengono in qualche modo manipolati dal grande vecchio, molto probabilmente un alieno o l'emissario di una sconosciuta "forza superiore" che vuole sperimentare con il sesso, la versione originale è folle e sgangherata come solo certi prodotti del cinema marginale possono essere, un mix tra psichedelia spiccia e i fumetti sexy/horror di marca seventies con molti nudi e scene di sesso in cui i protagonisti sembrano più impacciati che arrapati. 

Grandi apparizioni di Neola Graef e Uschi Digard (quest'ultima alle prese con un letto molto particolare) entrambe uncredited e la splendida Debbie Osborne in versione "gigante" e strafatta che vale il prezzo del biglietto, almeno per gli amanti di simili prodotti. "A Pandora's Box of Freudian Depravity", vedete un pò voi. Dvd Something Weird Video in double bill con "Toys Are Not For Children" qui. INTERPRETI: Sean Kenney, Ann Perry, Debbie Osborne, Jackie King, Casey Larrain, Marie Arnold, Kathie Hilton.


martedì 12 gennaio 2016

LOOKING FOR MR. GOODBAR (1977) Richard Brooks


Provo una strana sensazione a (ri)guardare per l'ennesima volta "In Cerca di Mr. Goodbar". Qualcosa di strisciante, subdolo, che mi si attacca addosso. A parte il fatto che è un capolavoro cupo e disperato, financo inaspettato da un professionista come Brooks (vabbè, "Blackboard Jungle", "The Professionals", tanto per citarne due), uno rigoroso, quadrato, uno storyteller nel vero senso della parola, qualità che gli ha permesso di passare indenne dal sistema "classico" degli studios alla produzione indipendente della New Hollywood, ma è proprio il fatto di trovarmi di fronte ad una sorta di coming of age al contrario che mi lascia ammutolito a fine visione. Ogni volta. Che la storia della giovane insegnante in una scuola per sordomuti sia tratta da un fatto realmente accaduto, a questo punto, nulla aggiunge ad una pellicola che potrebbe fare chilometri e chilometri sulle proprie gambe, senza stampelle o supporti di alcun tipo. Certo c'è il libro (ottimo) di Judith Rossner da cui è tratta, a fare da ponte levatoio, ma a conti fatti, "Looking for Mr. Goodbar" pellicola è una fortezza dura e inespugnabile che ha il proprio centro in Diane Keaton e in quell'appartamento che diventa prigione e buco nero capace di imprigionare e risucchiare la sua occupante.



Theresa Dunn cerca di trovare una via d'uscita da una vita opaca e opprimente con il sesso e con la droga, incontra uomini nei locali, se li porta a casa, se li scopa, ma al mattino se ne devono andare fuori dalle palle. Regola unica e insindacabile della casa. Neanche la presenza e la nascita di una specie di rapporto malato con Tony (un grande Richard Gere, doppiato da Giannini) sono in grado di "soddisfarla", di farla passare "dall'altra parte", di farle dimenticare le sue origini e il suo soffocante desiderio di emancipazione. Così gli incontri occasionali continuano. Continuano fino ad uno dei più grandi, deliranti, isterici finali del cinema anni settanta. E non solo.

Brooks è implacabile. Restringe sempre di più il cerchio intorno alla sua protagonista fino a rendere quasi palpabile e "insopportabile" (termine che va preso un pò con le pinze) il senso di abbandono e, si, di morte che si respira in quel monolocale, aiutato da un grandissimo direttore della fotografia come William A. Fraker (da vedere il suo "A Reflection of Fear", 1973), maestro nel ricreare un universo buio, cupo, fangoso, con pochissime oasi di luce.

E poi, Diane Keaton. Di bellezza incommensurabile (almeno per me e in questo film), doppiata da Livia Giampalmo e presenza di una sensualità (lo so, è un termine del cazzo, ma "arrapante" non può rendere veramente l'idea) che esce di peso dallo schermo e ti trascina dentro, senza possibilità di fuga. Tanto da dare dei punti financo a Tuesday Weld, il che è tutto dire. Bellissimo. Dvd Paramount qui. OST qui. INTERPRETI: Diane Keaton, Richard Gere, Tuesday Weld, William Atherton, LeVar Burton, Tom Berenger, Richard Kiley, Priscilla Pointer, Alan Feinstein.




lunedì 11 gennaio 2016

DAVID AND CARL (1985)

Parte il nuovo anno e cominciano le notizie di merda. Niente più Angus. Niente più David. Con Bowie è più difficile abituarsi, forse per via del fatto che sembrasse veramente "immortale". Vabbè. 

Oltre alla musica, rimangono anche i suoi film e non posso non ricordarlo in "Tutto in una notte" ("Into the Night", 1985) di Landis dove si trovava di fronte ad un'altra leggenda, niente meno che il grande Carl Perkins. Una delle solite uscite geniali di Landis, tra l'altro in una pellicola solo apparentemente "leggera" e divertente, in realtà impregnata da un senso di morte e violenza ineluttabile che viene fuori tutto dall'affaire "Ai Confini della Realtà" per il quale il regista fu mandato a processo proprio durante le riprese. E dove, non a caso, interpreta il ruolo del killer. 

Lascio perdere i "So Long" e "Goodbye", per una volta. Guardateli qua sotto, in tutto il loro magnetismo, questa volta, veramente, definitivamente "immortali" come gli attori sullo schermo TV.




mercoledì 23 dicembre 2015

BLESS US, FATHER...e tanti auguri

Merry Xmas a tutti quanti!!! Non avevo più voglia di fare una ipotetica rassegna sul cinema natalizio "degenere", ma ho trovato una cosetta che mi piace molto e ve la butto qui. Questa storia di Bill DuBay (script) e Richard Corben (inks and pencils), due giganti del settore, apparsa su Creepy #59 del gennaio 1974 è al tempo stesso morbosa, sadica e infinitamente triste. Non è poco.

Auguri a tutti. Divertitevi, bevete e mangiate e speriamo che Babbo Natale porti a tutti un pò di regali. A tutti, tranne a quel bastardo di J.J. Abrams. You, lazy fuckin' moron...ma che cazzo hai combinato? Che lo Sforzo sia con Voi, che la Forza al momento è un pò indisposta.


















lunedì 7 dicembre 2015

DON'T OPEN TILL CHRISTMAS (1984) Edmund Purdom

Ci vuole una bella rassegna di cinema natalizio ( o almeno credo) per cui comincio con un vecchio slasher molto (poco) amato, ovvero "Non Aprite Prima di Natale". Visione antica in Tv e su Vhs Multivision, questo "Don't Open Till Christmas" è una produzione che porta le stigmate di Derek Ford, exploiter inglese con un piede e l'altro pure nella realizzazione di filmetti softcore, uno su cui dovrei scrivere almeno venti cartelle, per cui non divaghiamo e parliamo solo di questo masterpiece "diretto" dal mitico Edmund Purdom, grande attore inglese che trovò in Italia una comoda nicchia in cui svernare. 

"Diretto" virgolettato perchè il buon Purdom pare abbandonò il set e la pellicola fu poi terminata, per non dire riscritta o rigirata, da tale Al McGoohan (ovvero il tandem creativo Ford/Alan Birkinshaw, anche se spesso salta fuori il nome di Ray Selfe). Tutto questo per dire che la confusione dietro le quinte si fa sentire fino a prendere forma e sostanza nel prodotto finale. Una cosa così rozza e ignorante da lasciare soddisfatti o basiti a seconda dei gusti. 

A Londra c'è un serial killer che scanna tutti gli uomini che si travestono da Babbo Natale. Le donne no. Purdom è l'ispettore che si occupa del caso, ma sembra sia più interessato a occuparsi della bionda Kate (Belinda Mayne from "Alien 2 Sulla Terra") a cui è stato appena ucciso il padre durante una festa in balera. C'è pure un tale che sembra sapere un sacco di cose sull'identità del killer, ma Scotland Yard non riesce a cavare un ragno dal buco. Gli omicidi continuano, fino a quando una giovane stripper non assiste al massacro in un peep show, diventando di fatto l'unica testimone oculare (in realtà l'assassino ha importunato anche una modella da giornaletti erotici passandole un rasoio sul corpo seminudo, coperto solo da un cappotto da Babbo Natale, la mitica Pat Astley al suo ultimo ruolo). A leggerla così sembra il solito thrilling trito, ritrito e macinato. In effetti è il solito thrilling trito, ritrito e macinato ma con un aria da filmetto softcore (se non hard) che riesce ad annientare completamente l'atmosfera natalizia e tutto il companatico. Personaggi antipaticissimi e stronzi, gentaglia, uno show starring Caroline Munro semplicemente deplorevole e tanta, tanta weirdness per gli amanti delle stranezze su pellicola.

In realtà, questo "Don't Open..." cerca di elevarsi almeno al livello minimo consentito dal genere, con un incipit carpenteriano in cui puntualmente si (ri)trovano soggettiva del killer e respiro pesante in sottofondo e una serie di omicidi "creativi" così rozzi e imbecilli da far scattare l'applauso spontaneo, vedi l'assassinio con guanto borchiato e stivale con stiletto o la castrazione nei bagni pubblici ai grandi magazzini. E se è vero che basta una scena per redimere una produzione scalcinata, allora lasciatemi dire che il flashback finale vive in una sua personalissima dimensione tra il delirio totale e la risata isterica da rimanere per anni (come è successo al sottoscritto) stampato nell'album delle visioni "what the fuck?", quasi come vedere un film sotto l'effetto di un acido blando, pur non avendolo preso in quel momento. Vabbè. Non è poco. DVD della Mondo Macabro, qui. INTERPRETI: Edmund Purdom, Belinda Mayne, Alan Lake, Gerry Sundquist, Kelly Baker, Mark Jones, Kevin Lloyd, Pat Astley, Caroline Munro.

sabato 28 novembre 2015

LEATHERFACE (1991)


Questo è un post inconsueto, nel senso che l'avevo scritto per un'altra parte, ma va bene così. Mi permette di introdurre alcune cosette e, soprattutto, l'amore che provo verso certe produzioni a fumetti che tanto ho apprezzato quando ero ragazzino. Dunque, non perdiamo tempo, se vi piacciono i fumetti del terrore, quelli vecchi, datati e impolverati, andate pure da queste parti. Se vi piacciono chincaglierie assortite, andate qui, da quella pazza di Eleonora. Se volete ascoltare qualche vecchia OST oppure roba come Inner Sanctum, qui. Se no, fa niente. Mi diverto con poco. Il post seguente è un pò troppo serio e pure un pò trombone, ma non ho assolutamente voglia di riscriverlo. 






mercoledì 18 novembre 2015

IL RISTORANTE ALL'ANGOLO (1987) Jackie Kong

Quanta ignoranza in questo "Blood Diner". Nel senso buono del termine, se mai ce n'è stato uno. Visto al cinema tantissimi anni fa, rimasi deluso (anzi, mi pare che mi incazzai proprio) perchè il film non era quello che mi aspettavo, ovvero uno slasher violento e crudele speziato con un tocco di cannibalismo, così tanto per gradire. 

Non mi accorsi ai tempi del substrato cultuale/underground portato di peso sul set da Jackie Kong e da Michael Sonye (sceneggiatore e frontman degli Haunted Garage) nè tantomeno mi immaginavo chi cazzo fosse il protagonista, Carl Crew. Cioè un pazzo fottuto. E se un interprete, come avviene durante alcune bizzarre congiunzioni di pianeti, riesce a contaminare una produzione in modo tale da lasciare un marchio quasi indelebile sul risultato, bè non saprei quale altro testimone chiamare alla sbarra, se non il vecchio Carl Albert Crew classe 1961,Vostro Onore.

Al di là del gigantesco omaggio a "Blood Feast" e in generale al cinema brutto, sporco e imbecille di H.G. Lewis, il parto della Kong (una specialista di prodotti in bilico tra la serie B più becera e la serie Z vera e propria, tanto per mettere qualche etichetta) è un coacervo di demenzialità e horror da discount talmente consapevole e felice di esserlo da sublimare la sua arroganza in qualcosa di simile alla spassosità, termine orribile ma non riesco a trovarne uno migliore e non ho intenzione di utilizzare piacevolezza, perchè di piacevole non c'è quasi nulla da queste parti. Anzi, forse è una delle pellicole più "luride", idiote, appiccicose mai prodotte negli anni ottanta.

La storia dei fratelli Tutman, Michael (Rick Burks) e George (Crew), indottrinati dallo zio al culto della dea Sheetar, è proprio tutta qua; una serie di omicidi in apparenza violentissimi con le vittime che sembrano non sentire dolore alcuno, il tutto impregnato da un aria scanzonata che rende l'atmosfera ancora più morbosa. E se l'osso d'oro va consegnato d'ufficio ai due detectives che indagano sul massacro di un gruppo di cheerleaders in topless (Roger Dauer e LaNette LaFrance, portata di peso davanti alle cineprese per la sua somiglianza con Janet Jackson e mai più richiamata) il plauso del pubblico va tutto al vecchio Carl Crew, svitato figlio di puttana amante del wrestling e delle Fiji Mermaids nonchè fondatore del California Institute of Abnomalarts. Guardatelo mentre cucina o investe bikers sprovveduti sempre con quel ghigno da malato di mente in gita di piacere. Tanta roba. Grandissimo finale con raggi laser che scoperchiano crani e uno dei baracchini di cibo d'asporto più schifosi che la memoria cinefila sia in grado di ricordare. Blu-ray quiINTERPRETI: Carl Crew, Rick Burks, Tanya Papanicolas, Roger Dauer, LaNette LaFrance, Drew Godderis, Dino Lee, Lisa Guggenheim.
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sabato 7 novembre 2015

THE HALLOW (2015) Corin Hardy




















Le cose che mi sono piaciute di più negli ultimi tempi (anni) in ambito orrorifico, vengono tutte dall'Irlanda: "The Canal" e "From The Dark", tanto per  mettere giù un paio di titoli. Mi sa che devo aggiungere a questa mini-lista anche il recente "The Hallow", opera prima di Corin Hardy che ho apprezzato moltissimo. Forse perchè non mi aspettavo un cazzo, forse perchè ultimamente non riesco più ad entusiasmarmi come prima riguardo "alle nuove leve del cinema horror", probabilmente perchè non mi piace quasi più un cazzo di niente.

Ricapitolando, questo "The Hallow" è stata una bella sorpresa sia per le qualità scenotecniche, sia per la sua grande capacità di coniugare il cinema horror d'assedio con tematiche prettamente favolistiche, prelevate di peso dal folklore irlandese/europeo, in questo caso la figura mitologica del changeling. Dunque, Adam e Claire (Joseph Mawle and Bojana Novakovic, molto bravi) si trasferiscono nel cuore della foresta irlandese con tanto di neonato e cagnone fedele. Fin qui, tutto bene. Adam è un tecnico ambientale (si dice così?) e il suo arrivo non è ben visto dalla comunità, anzi, gli vogliono (quasi) tutti male, specialmente il suo vicino Colm Donnelly (il solito, grandissimo Michael McElhhatton, Roose Bolton from Games of Thrones) che sembra nascondere e custodire un segreto riguardante i boschi e i suoi abitanti. Nel frattempo, i due coniugi cominciano ad essere vittime di strani incidenti e fenomeni bizzarri che interessano la casetta nel bosco nella quale si sono sistemati; non ci vuole molto a capire che c'è qualcuno o qualcosa che vuole allontanarli. E che vuole il loro bambino. 

Hardy non perde troppo tempo in pipponi introduttivi o altre inutili rotture di palle, prepara la prima parte del suo film con grande attenzione e cura dei dettagli per poi scatenare le creature contro la famigliola felice che passerà un notte da tregenda al termine della quale il lieto fine non è per niente assicurato. Sempre la solita storia, direte voi. Vero, ma il citazionismo impossibile da evitare in questi casi non si trasforma in un macigno sulle gonadi dello spettatore smaliziato, che può sedersi comodamente in poltrona e godersi un ottimo horror, splendidamente fotografato (da Martjin Van Broekhuizen capace di trasformare la foresta in un universo a sè stante, in cui convivono "Fantasia", "Il Labirinto del Fauno" e la baracca de "La Casa") e servito da un reparto effetti (a cura di John Nolan) che guarda direttamente al lavoro di Harryhausen e di Stan Winston, senza abbandonare del tutto la CGI, purtroppo. Ma non si può avere tutto, il risultato è a mio parere notevole e degno di essere ricordato e apprezzato. Hardy ci crede e abbandona del tutto ironia e insopportabili strizzatine d'occhio, per concentrarsi completamente su questa favola tenebrosa e malinconica. Sono i padri ad essere irrimediabilmente attirati dal male e trasformati (anche fisicamente) in qualcosa di apparentemente irriconoscibile. Che si tratti di ville coloniali ad Amityville o alberghi nel Colorado. Molto valido. Speriamo solo che il talentuoso Hardy non venga eletto quale nuovo pupillo del fandom horror/fighetto per poi essere buttato sdegnosamente giù dal carro al primo (presunto) passo falso, come il povero Ti West. INTERPRETI: Joseph Mawle, Bojana Novakovic, Michael McElhatton, Michael Smily.




 

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